Per celebrare questo otto marzo (in cui a parer mio non c’è nulla da celebrare), ho deciso di analizzare alcuni passi dell’opera di una pensatrice molto scomoda; un’intellettuale che, oggi come in passato, continua a fare scalpore.
Facendo uno dei miei soliti giri in libreria mi sono imbattuta in Sputiamo Su Hegel. Il titolo a qualcuno forse dice già qualcosa. La prima volta che mi ci imbattei io fu leggendo L’Amica Geniale di Elena Ferrante. Lessi la quadrilogia di Ferrante alle scuole medie (una saga non proprio adatta a una ragazzina delle medie, lo so), e all’epoca non potevo cogliere il riferimento al filosofo presente nel titolo, che d’altra parte nel suo insieme non mi suggeriva nulla.
Adesso frequento il primo anno di università. Non ho mai riletto la saga dell’Amica Geniale, ma ho trascorso gli anni delle superiori a cercare di veicolare ai miei coetanei un concetto che l’autrice di questo piccolo saggio, Carla Lonzi, nella sua vita ha sintetizzato con questo motto lapidario: il personale è politico.
“Le donne saranno sempre divise le une dalle altre? Non formeranno mai un corpo unico?” Olympe De Gouges, 1791 (Incipit del Manifesto di Rivolta Femminile, 1970)

Nata nel 1931 a Firenze, Carla Lonzi, poetessa e critica d’arte, partecipa ai movimenti delle donne del ’68, che rivendicano la parità di genere.
Nel 1970 abbandona la professione e si dedica esclusivamente al femminismo: insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti dà vita a un gruppo di sole donne, Rivolta Femminile, che si dichiara estraneo ai movimenti di sinistra del tempo. Nelle riunioni del gruppo, definite “sedute di autocoscienza”, le donne discutono del proprio corpo, del rapporto tra madri e figlie e del sesso: questioni ai tempi ritenute superflue.


‘’La dialettica servo-padrone è una regolazione di conti tra collettivi di uomini: essa non prevede la liberazione della donna, il grande oppresso della civiltà patriarcale.’’ (Manifesto di Rivolta Femminile, 1970)

Sputiamo Su Hegel fu scritto e pubblicato da Carla Lonzi nel 1970, ed è un’opera che da qui in poi segnerà uno spartiacque nella storia del femminismo italiano. È un saggio breve ma intenso, che va sia a definire quello che è il problema femminile negli anni 60-70, sia la teoria dell’oppressione della donna a caratteri generali; è per questo motivo che ancora oggi risulta un testo intramontabile per chi si avvicina al femminismo e agli studi di genere.
In questa breve analisi voglio soffermare la mia riflessione sulla critica di Lonzi alla filosofia marxista. L’opera infatti non si apre con il solito omaggio al marxismo, a cui in quegli anni ci si sentiva obbligati, anzi, sin dalle prime pagine lo si critica a fondo, facendo esplicito riferimento ad alcune lettere di Lenin e al Manifesto del Partito Comunista.
Per Lonzi l’oppressione della donna “si nasconde nel buio dei tempi” e di conseguenza è stata ereditata dal capitalismo, che ha reso possibile l’equiparazione tra proprietà privata e corpo della donna: il bisogno di potere di ciascun uomo su ogni donna è infatti il medesimo.
Al contrario, per Lonzi il marxismo-leninismo, equiparando i due sessi, non ha saputo cogliere che “la donna è oppressa in quanto donna a tutti i livelli sociali: non a livello di classe ma di sesso”. Pertanto la sua lacuna risiede nel non aver saputo individuare il rapporto tra la donna e la sfera della produzione, non sottolineando il ruolo della donna nel contesto domestico (ovvero la riproduzione della forza lavoro attraverso il proprio corpo).


‘’Il proletariato è rivoluzionario nei confronti del capitalismo, ma riformista nei confronti del sistema patriarcale.’’ (Sputiamo Su Hegel)

La stessa filosofia di Hegel, che ha posto i punti cardine per quella marxista, è quindi messa in discussione, in quanto, secondo Lonzi, Hegel ha sistematizzato il rapporto uomo-donna nel contrasto tra principio “divino femminile” e “umano virile”, radicatosi in quelli che oggi potremmo definire i due stereotipi universali: la donna, incarnazione del divino, presiede alla famiglia, mentre l’uomo alla comunità. In questo modo alla donna mancano le premesse per raggiungere la forza di umanità, e quindi di universalità, per la quale l’uomo può dirsi effettivamente uomo. La donna si può adeguare ad essere come l’uomo, ma non può esserlo, perché è inscindibile dalla famiglia. Ne consegue che il destino della donna è collegato al principio di femminilità, mentre l’uomo può riconoscere effettivamente la sua oppressione e reagire. Per Lonzi, se Hegel avesse riconosciuto anche l’oppressione della donna, avrebbe dovuto applicare la logica servo-padrone anche in quel caso, ma avrebbe fallito, perché la liberazione della donna non può rientrare negli stessi schemi, proprio perché si parte da presupposti differenti.


“La lista dei vostri peccati, Clara, non è ancora terminata. Ho sentito che, nelle vostre riunioni serali dedicate alle letture e alle discussioni con le operaie, voi vi occupate soprattutto delle questioni di sesso e del matrimonio. Questo argomento sarebbe al centro delle vostre preoccupazioni, del vostro insegnamento politico e della vostra azione educativa. Non credevo alle mie orecchie…” (da un colloquio con Lenin riferito da Clara Zetkin al Cremlino nel 1920, riportato in Sputiamo su Hegel).


Per Carla Lonzi è importante il tema della specificità della sessualità femminile. Non a caso un’altra sua opera che fece scalpore s’intitolava La donna vaginale e la donna clitoridea (ma non
ne parlerò in questo articolo, altrimenti metterei troppa carne sul fuoco).
Questo passo, come tanti altri che la Lonzi riporta, mostra chiaramente come ai suoi tempi le donne non si fossero ancora totalmente emancipate. Nello stesso ’68 le donne erano definite “angeli del ciclostile”: non erano considerate protagoniste in primo piano, ma la loro figura incarnava ancora una veste ancillare. Il centro della critica femminista risiede proprio anche nella subalternità riprodotta nella militanza politica. La critica rivolta a Lenin, esplicitata in questo passo, è rivolta a un intero movimento che si professava rivoluzionario su ogni fronte, ma che in realtà restava inevitabilmente patricentrico e moralista.


‘’La donna è immanenza, l’uomo trascendenza: in questa contrapposizione la filosofia ha spiritualizzato la gerarchia dei destini (…). Se la femminilità è immanenza, l’uomo ha dovuto negarla per dare inizio al corso della storia. L’uomo dunque ha prevaricato, ma su un dato di opposizione necessario. La donna deve solo porre la sua trascendenza (…): su quale base hanno riconosciuto l’atto di trascendenza maschile, su quale base l’hanno negato alla donna? (…) Oggi la donna giudica apertamente quella cultura e quella storia che sottintendono la trascendenza maschile, e giudica quella trascendenza.’’ (Sputiamo su Hegel)


Uno dei meriti di Carla Lonzi, per cui ancora oggi si sente parlare di lei, è aver introdotto termini come “amore”, “tabula rasa” e “autocoscienza” nel linguaggio politico degli anni 70.
Quest’ultimo, autocoscienza, connota una pratica politica innovativa che distingue il femminismo italiano da quello americano. Per le donne di Rivolta Femminile, e in seguito di tutti gli altri collettivi femministi, le pratiche di autocoscienza consistono nel ritrovarsi e condividere nel gruppo la propria esperienza individuale, prendendo consapevolezza che la mancanza di autonomia in quanto donne è qualcosa di condiviso e che le accomuna. È così dunque che la dimensione individuale passa dall’essere personale all’essere politica.

Il risultato di ciò era anche nell’aiuto che le donne con alcune specifiche competenze riuscivano a dare a quelle che avevano bisogno in determinate situazioni (ad esempio in campo medico, specialmente quando non esisteva ancora la legge che garantiva l’aborto libero).


‘’L’immagine femminile con cui l’uomo ha interpretato la donna è stata una sua invenzione.’’ (Manifesto di Rivolta Femminile, 1970)

Carla Lonzi morì all’età di soli 50 anni nel 1982.
Le sue parole oggi possono apparire lontane, specialmente la presa di distanza di Rivolta Femminile dal marxismo qui riportata. In realtà, personalmente credo che anche questa posizione possa essere attuale: il marxismo non è più un’ideologia di massa come lo era in passato, e gli attuali partiti di sinistra oggi sono svuotati di ogni valore, pertanto professano la lotta transfemminista come una delle loro bandiere e capisaldi ideologici. L’appropriazione di questa lotta, che non è propria della sinistra, ma che dovrebbe essere trasversale, è sintomo della necessità che i partiti hanno di riappropriarsi di un’identità ideologica; tuttavia, a mio parere, inglobare al loro interno, in maniera sconnessa e disomogenea, tante singole lotte che andrebbero unite tutte insieme in un unico denominatore comune, non è la soluzione.
Ieri c’era il marxismo, invece oggi?
Non serve, come credono tanti altri “più radicali” ritornare alle ideologie del passato, e filtrare attraverso queste il presente. Serve un’analisi dell’esistente che parta con il mettere al centro la persona, e tramite questa l’intera collettività, per rendere anche il nostro tempo e la nostra politica parti di un presente pienamente autocosciente.


‘’Non esiste la meta, esiste il presente. Noi siamo il passato oscuro del mondo, noi realizziamo il presente.’’ (Sputiamo su Hegel)


-Giu

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