Sabato 20 aprile su Rai3, nel programma televisivo “Che Sarà…” di Serena Bortone, sarebbe dovuto andare in onda il monologo del giornalista e scrittore Antonio Scurati, ma così non è stato, come denunciato pubblicamente dalla stessa conduttrice. Il monologo, scritto in occasione dell’anniversario dalla morte di Giacomo Matteotti, è stato poi ripubblicato dalla premier Giorgia Meloni, che con un post sui social ha dichiarato:
[…] Non so quale sia la verità, ma pubblico tranquillamente io il testo del monologo (che spero di non dover pagare) per due ragioni:
1) Perché chi è sempre stato ostracizzato e censurato dal servizio pubblico non chiederà mai la
censura di nessuno. Neanche di chi pensa che si debba pagare la propria propaganda contro
il governo con i soldi dei cittadini.
2) Perché gli italiani possano giudicarne liberamente il proprio contenuto.
Buona lettura.

Con questa riflessione non ho intenzione di fare un’analisi nel merito del post della premier, ma estrapolare due parole che qui vengono utilizzate e ‘’giudicare liberamente’’ questi due concetti, quello di verità e di propaganda.
La verità che chiamo in causa è quella incancellabile della storia.
Ho sentito più di una volta qualcuno che, riferendosi al 25 aprile, lo denominava “il giorno della libertà” invece che “giorno della liberazione”, come se questi due termini fossero intercambiabili. “La libertà è come l’aria” diceva Piero Calamandrei agli studenti “Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”: ciò accadde cento anni fa alla vigilia del ventennio fascista, e oggi si sta riproponendo sotto i nostri occhi con vesti nuove, diverse, ma in fondo eredi del passato. Non si tratta di gridare l’allarme a una nuova dittatura di stampo nazi-fascista, ma a qualcosa che può essere riassunto nello slogan che conia George Orwell in 1984, a quel “L’IGNORANZA È FORZA”.
La Resistenza fu di tutti: monarchici, repubblicani, liberali, democristiani, socialisti e comunisti. Dunque il 25 aprile è il giorno di tutti coloro – di qualsiasi colore politico – che hanno lottato per garantirci di vivere oggi un Paese libero, e dal confronto democratico e plurale. Il contributo dei comunisti è stato rilevante nella Resistenza italiana, come lo fu anche negli anni successivi alla Liberazione con il Partito Comunista Italiano. Pertanto è bene smentire almeno quattro fra le principali obiezioni che la destra pone alla vigilia di questa data (alcune sono state fatte anche nel corso della puntata di Che Sarà), specialmente in seguito alla domanda “Se io mi definisco antifascista, allora tu ti definisci anti-comunista?”: anzitutto, i comunisti non hanno mai governato il nostro paese, a differenza dei fascisti; in secondo luogo, “il comunismo”, così genericamente definito, non è equiparabile al fascismo, a differenza dello stalinismo. Non si può intendere quest’ultimo come comunismo, e per capirlo è sufficiente leggere il saggio di Hannah Arendt, “Le Origini del Totalitarismo”, in cui la filosofa mette a confronto fascismo, nazismo e stalinismo, i tre totalitarismi per eccellenza.
Il terzo punto, su cui si potrebbe stare a scrivere per ore, riguarda la parentesi degli anni di piombo. Le Brigate Rosse, come qualcuno non sa oppure dimentica, non c’entrano nulla col Partito Comunista Italiano, tant’è vero che un operaio iscritto al partito, Guido Rossa, nel 1979 fu ucciso per aver denunciato la presenza di un brigatista nella sua fabbrica. Inoltre non sono mai state un’organizzazione di sinistra, ma furono finanziate e gestite dai servizi segreti, specialmente durante le fasi che hanno portato al sequestro Moro.
“E allora le foibe?”: premesso che i partigiani in questione furono jugoslavi, e che nulla può giustificare i massacri delle foibe – vere e proprie carneficine – bisogna ricordare che quegli eccidi furono la soluzione estrema adottata contro chi, in Istria e Dalmazia, tentò una italianizzazione forzata della popolazione, sottoponendola a vere e proprie misure repressive di “bonifica etnica”. Le foibe furono la conseguenza estrema dovuta al razzismo, alle torture e alla propaganda irredentista adottata nel ventennio a discapito di queste genti.

Quindi la risposta è no: io non mi definisco anti-comunista, e ciò non significa che quindi io sia per forza comunista. Come sancisce la Costituzione, io sono antifascista.
L’ignoranza storica su questi e altri episodi che hanno caratterizzato il Novecento, oggi stanno contribuendo ad alimentare più che mai un clima di costante disinformazione, in cui cadono vittima soprattutto coloro che a scuola nei programmi scolastici si fermano alla fine della seconda guerra mondiale e non hanno sufficienti ore di educazione civica per analizzare e riflettere sulla Costituzione, ossia i miei coetanei. Affermazioni come “Io credo che fascismo e comunismo siano la stessa cosa” Oppure “Il fascismo e il comunismo sono i due estremi opposti” e potrei continuare, le sento pronunciare quasi ogni volta che mi ritrovo a dibattere con un qualsiasi conoscente su banali questioni politiche. Queste semplificazioni e distorsioni storiche sono il motivo per cui oggi è sempre più facile credere che il 25 aprile sia divisivo; la ragione per cui non ci si può nemmeno indignare per un’affermazione come “i partigiani di via Rasella furono assassinati da una banda di musicisti”, detta peraltro dalla seconda carica dello Stato, il presidente del Senato La Russa. Perché? Semplice, perché non si conosce il massacro di via Rasella.
L’ignoranza è il terreno fertile su cui la propaganda si può trasformare in verità.
La propaganda non si serve sempre dei megafoni o dei giornali; non è solo quella dei comizi, o dei salotti televisivi: spesso – anzi – la maggior parte delle volte, è sottile, labile, quasi impercettibile, perché passa da quegli assunti quotidiani che attraversano discorso dopo discorso, bocca dopo bocca, orecchio dopo orecchio, fino a quando non ci accorgiamo che si sono così a fondo radicati nella nostra conoscenza (e coscienza) che non riusciamo più a estirparli.
La propaganda è un tessuto di parole ordinate ad arte; è vittimismo e giustificazionismo (sì, come quello della premier); è anche silenzio, omissione. Il suo fondo è il baratro della censura. Augurandovi un buon 25 aprile antifascista, ci uniamo alle tante voci di scrittori e scrittrici che sui social hanno pubblicato le proprie letture integrali del monologo di Scurati, ripubblicandolo qui. Anche noi ve ne lasceremo giudicare il contenuto, convinti che lo studio della storia sia ancora oggi l’arma più potente per saper distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è.

Lo attesero sotto casa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L’onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l’ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all’ultimo, come aveva lottato per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su se stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro. Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell’infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania. In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l’omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944.
Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati. Queste due concomitanti ricorrenze luttuose – primavera del ’24, primavera del ’44 – proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia? Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via. Dopo aver evitato l’argomento in campagna elettorale, la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola “antifascismo” in occasione del 25 aprile 2023)”. Mentre vi parlo, siamo di nuovo alla vigilia dell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra. Finché quella parola – antifascismo – non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascsmo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana”.

– Anonimo

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